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La verita’ sbattuta in faccia a chi vuole dimenticare

 

di Riccardo Chartroux

La sera del 20 luglio 2001 al porto di Genova faceva fresco dopo una giornata terribile, una cena veloce con i colleghi quasi a mezzanotte e al tavolo accanto al nostro, mi torna in mente oggi, alcuni giovani carabinieri. Stanchi, ma sollevati dopo le ore durissime che avevano passato per le strade. Ci raccontarono le cariche e le botte. Uno disse che gli faceva male il braccio per quante manganellate aveva sferrato. Lo disse con un sorriso. Era un bravo ragazzo, un viso simpatico. Tranquillo. Mi chiesi allora come non fosse sfiorato dall’idea che qualcosa era andato orribilmente storto. Centinaia di feriti, Carlo Giuliani morto. Mi torna in mente oggi come un altro poliziotto, la sera dopo alla scuola Diaz. Una ragazza straniera gli gridò: state massacrando la gente. Lui rispose: signorina, la polizia italiana non picchia nessuno senza una ragione, non siamo in Cile. Lo disse in buona fede. Con l’orgoglio di un professionista che sa fare il suo lavoro. Conoscevo diversi dei poliziotti che erano in servizio a Genova in quei giorni. Persone serie. Professionisti. Anche per questo, come tanti italiani, ancora mi chiedo come sia potuto accadere quello che è accaduto e che oggi la memoria dei pubblici ministeri genovesi sbatte di nuovo in faccia a chi avrebbe preferito dimenticare. Cioè in buona sostanza a tutto il Paese. Bolzaneto, nei giorni dopo il G8, botte, minacce, umiliazioni e trattamenti disumani inflitti da appartenenti alle forze dell’ordine a persone in stato di privazione della libertà. Senza tanti giri di parola, torture ai danni di 240 dimostranti portati nella caserma che era stata adibita a centro di raccolta per le persone arrestate o fermate durante il G8. I magistrati hanno lavorato con attenzione. Hanno parlato di clima di confusione e di tensione che ha incoraggiato i comportamenti illeciti, hanno chiesto condanne più gravi per i dirigenti in servizio rispetto ai singoli agenti operanti a Bolzaneto, solo per 15 degli imputati la pena richiesta supera la soglia della condizionale, per 8 quella dell’indulto. E’ un documento importante quello depositato dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, le responsabilità dei singoli imputati naturalmente spetta ai giudici determinarle ma il senso di quello che è stata Bolzaneto rimane, anche questa volta grazie al lavoro di una Procura, nel silenzio distratto della politica e di gran parte dell’informazione. Come per l’altro processo, quello per il massacro della Diaz, cerchiamo ancora una volta di cavarcela all’italiana, facendo finta di niente. Andrà a finire che qualcuno sarà condannato oppure assolto, ma basterà? Ci ha aiutato l’11 settembre ad archiviare Genova in fretta, a rimuovere l’enormità di quello che è stato Genova per la nostra democrazia. Eppure non sarebbe giusto dire che nessuno ha fatto i conti con il buco nero del G8. Lo hanno fatto i movimenti antiglobalizzazione, per cui il problema della violenza è diventato discriminante, lacerante, la prima e praticamente unica questione politica da affrontare che ha oscurato tutte le altre, con i portavoce dei movimenti occupati a rispondere sempre alle stessa domande, ci saranno incidenti, verranno i black bloc, mentre è appena il caso di ricordare che dopo Genova di manifestazioni se ne sono fatte tante ma non si sono praticamente più avuti scontri di piazza. E lo hanno fatto le forze dell’ordine perché non si può dimenticare che dal Forum sociale di Firenze in poi la polizia italiana ha saputo governare con misura e saggezza situazioni anche complesse, come si addice d’altra parte alla polizia di un Paese democratico. Chi non ha affrontato il buco nero del G8 è stata la politica, che ha delegato l’analisi dei fatti alle procure limitandosi a dividersi secondo il prevedibile schema delle opinioni separate dai fatti, rituali accuse da una parte, rituale solidarietà alle forze dell’ordine dall’altra. Anche l’informazione ha faticato a comprendere e affrontare Genova. Ci sono voluti anni perché qualche inchiesta televisiva raccontasse di nuovo quello che era successo e spiegasse daccapo, con le immagini e le registrazioni audio portate nelle aule di tribunale, le giornate del G8: i black bloc indisturbati e i pacifisti manganellati, la carica di via Tolemaide contro il corteo dei disobbedienti in un punto in cui era ancora autorizzato, carica decisa non si sa bene perché mentre i dirigenti dalla sala operativa via radio gridavano ai carabinieri di fermarsi. E quindi gli scontri e la morte di Carlo Giuliani, il giorno dopo gli altri scontri e infine la macelleria messicana della Diaz, come la ha definita un poliziotto che c’era. Un quadro disegnato poco a poco grazie ai processi e alle testimonianze; eppure che qualcosa non ha funzionato è chiaro già da allora, da quella carica del 21 luglio, il pestaggio sul lungomare su dimostranti inermi e sanguinanti che il Tg1 dell’epoca ha il coraggio di sbattere in faccia al Paese in tre lunghi minuti di immagini senza commento. Cosa fa sentire quegli uomini in divisa soldati al fronte, in una guerra totale in cui tutto è permesso, cosa fa pensare che diritti umani e rispetto della persona siano, per quei giorni, sospesi? Perché un vicequestore di Genova, poliziotto conosciuto come serio, professionale, democratico prende a calci in faccia un ragazzo di diciassette anni, davanti a telecamere e fotografi, davanti a me, un giornalista con il microfono in mano che gli grida ma che fate, siete impazziti? Come possono degli agenti penitenziari pestare i fermati, obbligarli a gridare viva il Duce e pensare che sia tutto lecito, permesso, normale? Non siamo di fronte a mostri, a squadristi fascisti o torturatori argentini, non ci sono buoni o cattivi, c’è un meccanismo che si è messo in moto. Clima di odio e sensazione di impunità e chi picchia deve pensare di agire come ci si aspetta che agisca altrimenti avremmo il violento e quello che lo ferma, il poliziotto buono e il poliziotto cattivo ma non è successo. E allora come possono oggi gli uomini che erano al governo in quei giorni, Gianfranco Fini che era nelle sale operative, il ministro Castelli che visitò Bolzaneto, non interrogarsi, trattare questi episodi come eccessi di singoli, non sentire il bisogno di giustificarsi davanti al Paese? E chi allora era all’opposizione, come può non chiedersi se ha fatto tutto quello che poteva per impedirli? E abbiamo dimenticato come è stato preparato il G8, la tensione montata ad arte, i giornali che pubblicavano notizie senza alcun fondamento come quella che i dimostranti si preparavano a lanciare sangue infetto da Hiv contro la polizia? Una bufala colossale ovviamente, ma quale effetto ha avuto sul morale degli uomini mandati in prima linea? E’ stata anche l’informazione a trasformare quella che doveva essere in fondo solo una scaramuccia mediatica a beneficio del palcoscenico globale in una Armageddon in cui si doveva vincere o soccombere. Poi ognuno ha giocato la sua partita, il governo per la sua credibilità internazionale, i movimenti e i partiti per il loro futuro politico, gli apparati di sicurezza per le solite furbizie e rivalità, tra chi trattava e chi voleva dimostrarsi più duro e affidabile di altri. E’andata male, molto male, e allora tutti fanno finta di niente davanti a quella che è in definitiva la nostra Abu Ghraib. Come gli americani davanti alla foto della soldatessa con l’uomo al guinzaglio, ci chiediamo come sia potuto accadere. E se parte della responsabilità è anche dell’informazione, il minimo che possiamo fare ora, come giornalisti, è occuparci dei processi per i fatti del G8. Raccontare i fatti, le ragioni dell’accusa e anche quelle degli imputati, ricostruire cosa è accaduto e perché, con la stessa cura che dedichiamo alle storie di Meredith e Amanda, o di Olindo e Rosa Bazzi. Indagini e processi che seguiamo con attenzione e facciamo bene, perché ci parlano dell’orrore che a volte si manifesta negli individui. Ma dovremmo prestare altrettanta attenzione all’orrore che si può manifestare negli apparati se non stiamo attenti, perché la pianta della libertà va annaffiata tutti i giorni e difesa dai parassiti altrimenti secca, e poi ci diciamo oh mannaggia, chissà come è successo.

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