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D. Villani

 

Era la metà degli ’70 quando ho iniziato a lavorare ed il mondo del lavoro, volendo fare una semplificazione,  era suddiviso  in 2 categorie di lavoratori : la categoria di coloro  che avevano un lavoro stabile e quella di coloro senza lavoro (intendendo disoccupati & inoccupati).

Ad essere precisi c’era un’altra categoria particolare, un enorme “parcheggio” quasi volontario:

insieme a coloro che volevano abbracciare la professione di insegnante, c’era un bel numero di laurate/i che facevano domanda d’insegnamento in attesa di trovare l’occupazione desiderata e che fosse più inerente ai loro interessi - molti di questi poi non sono mai più usciti dalla scuola -. Era vissuta più come un campo di addestramento o una “panchina” speciale che come situazione precaria.

Anni ’90 : si fa strada in maniera incalzante il concetto di ‘accentramento ’, giustificato dal fenomeno della globalizzazione. In sostanza si elimina, si taglia, si riduce tutto ciò che è possibile e non solo, in nome di una maggiore semplificazione ed efficienza. Esempio: le multinazionali. Una volta, in ogni paese dove era presente marchio e commercializzazione, c’era anche un’amministrazione, una contabilità, una direzione del personale, e a seconda del settore merceologico, anche magazzini. Ora queste entità sono state quasi del tutto eliminate: c’è n’è una sola per tutti i paesi in cui è presente la commercializzazione. Questo fenomeno ha contaminato poi quasi tutte le società, piccole, medie e grandi, e naturalmente  anche la PA, non le istituzioni politiche, che non hanno questa tendenza, anzi tutt’altro.

Come controtendenza si assiste, nel mondo del lavoro, ad una proliferazione di categorie. Ce ne sono per tutti i gusti. Come si spiega che ad una semplificazione, o supposta tale, faccia da contraltare una maggiore complessità delle categorie dei lavoratori? Sembrerebbe un paradosso. Non lo è,  per il semplice motivo che la tendenza è opposta in senso matematico, ma concettualmente i due fenomeni vanno di pari passo. Due facce della stessa medaglia.

I fattori che determinano questa situazione sono essenzialmente due.

Il primo: l’accentramento non coincide affatto con la semplificazione, anzi tutt’altro.

Prendiamo sempre il caso di una multinazionale che abbia fornitori sparsi nel mondo ed abbia accentrato la contabilità in un paese, ad es, l’India (non è casuale questa scelta). Proviamo ora a chiedere ad un fornitore europeo, che ha bisogno semplicemente di informazioni sul pagamento di una sua fattura, cosa riesce a sapere ed in quanto tempo. Si potrebbe compilare un dizionario delle parolacce, pronunciate e pensate,  nelle varie lingue, e se le maledizioni per questa nuova gestione avessero un effetto reale, probabilmente i poveri addetti indiani avrebbero vita breve. Questo è solo un esempio reale - dei tanti che si possono fare - della pubblicizzata e decantata semplificazione. Avendo lavorato per una multinazionale, ne potrei citare altri: nel campo dell’informatica ad esempio, dove si riesce ad ottenere un miglioramento dei sistemi solo quando ormai sono già superati da altri più innovativi e più rispondenti alle reali necessità del momento. E così via.

Pertanto alla presenza di una evoluzione complessa del lavoro e della gestione operativa delle attività, corrisponde anche una complessità e proliferazione delle categorie lavorative.

Secondo punto: accanto al concetto di accentramento, se ne è fatto strada un altro.

Quello della terziarizzazione o outsourcing.

Questo è un tema per il quale sarebbe necessario fare una disamina a parte, e molto approfondita, ma per il momento mi limito a  cogliere un aspetto che poi è quello fondamentale, il nocciolo della questione: si ricorre alla terziarizzazione

essenzialmente per ridurre il più possibile, e preferibilmente eliminare, i costi fissi, ed avere solo costi variabili.

In sostanza si affrontano solo costi legati alla produzione (di beni e servizi): meno si produce meno si spende e viceversa. Ovviamente qualcun altro dovrà assorbire i costi fissi, e così assistiamo ad una catena di “scaricamento” che termina con l’anello debole, che alla fine è l’unico a dover sostenere i costi fissi : il lavoratore; il quale ha il costo fisso della sua sopravvivenza - e sottolineo sopravvivenza, non altro -.

E’ chiaro che in questa situazione diventa più facile comprendere il proliferare di categorie di lavoratori. Intanto chiariamo che tutte queste nuove categorie hanno un fattore comune : la precarietà.

Soffermiamoci ora sul mercato del lavoro, cioè della domanda-offerta.

E’ certo che se l’offerta di lavoro fosse superiore alla domanda, tutte le discussioni che vengono fatte intorno al tema della precarietà sarebbero marginali, se non inesistenti. Purtroppo non è così.

Oggi assistiamo ad un balletto di cifre riguardanti le conseguenze della legge 30 (legge Biagi) e delle leggi precedenti in materia. I sostenitori sono dell’avviso che l’occupazione è aumentata  a seguito di questa legge. Ma la verità è che se un’azienda - mi riferisco ovviamente a quelle serie e legali -, ha bisogno di risorse umane per portare avanti il proprio business, non è che la decisione di assumere o meno dipenda dal tipo di contratti di lavoro previsti dalla legge.

Ovviamente se i datori di lavoro hanno la possibilità di scegliere, scelgono ciò che è più conveniente per loro, non certo per il lavoratore. A coloro che non sono d’accordo con questa riflessione, vorrei chiedere : se, per assurdo, non esistesse il lavoro a termine, tutte le attività che attualmente vengono svolte dai lavoratori precari, chi le svolgerebbe? Una  risposta potrebbe essere: lavoratori in nero. Infatti la maggior parte della vasta gamma dei contratti precari sostituisce quelli “ombra” del lavoro nero. E’ vero che se una parte di contratti a termine diventa a tempo indeterminato, è vero anche che ciò sarebbe accaduto a prescindere dall’attuale normativa.

Beh, allora volendo estremizzare, potremmo dire che per evitare i furti, si dovrebbe dare ai ladri un vitalizio, in modo che non vadano a rubare….e giacchè ci siamo lo elargiamo anche a tutti gli altri, per par-condicio.

Vorrei riportare una mia esperienza : alla fine degli anni ’90 mi sono occupato, per la società per cui lavoravo, di una selezione del personale per diverse figure professionali, tra cui anche quelle che non richiedevano esperienze pregresse e tanto meno titoli di studi particolari, ma semplicemente serietà e voglia di lavorare.

Ebbene, tra le persone intervistate trovai diversi ragazzi e ragazze che avevano fatto esperienza in esercizi commerciali, e la stragrande maggioranza non aveva avuto mai alcun tipo di contratto di lavoro. La cosa non mi stupì, ma rimasi sorpreso quando constatai che su 10 ragazzi che avevano lavorato o stavano ancora lavorando in Supermercati con oltre 10 addetti, solo uno aveva un regolare contratto.

Mi riesce difficile pensare che questo fenomeno fosse sconosciuto agli organi di controllo e che tale prassi fosse avallata solo dalla carenza di personale dell’Ispettorato del lavoro.

Comunque è probabile che oggi quei ragazzi abbiano uno dei contratti previsti dalle recenti norme di legge.

Sicuramente, se ci fosse stata la volontà di reprimere il fenomeno dell’evasione, i titolari del supermercato sarebbero stati costretti ad assumere regolarmente con la tipologia di contratti previsti dalle norme in vigore all’epoca.  

Passo ad un altro concetto molto diffuso oggi: la stagionalità. Una volta questo concetto riguardava quasi esclusivamente il settore dell’agricoltura e del turismo : oggi invece non c’è settore che non giustifichi la necessità di lavoratori stagionali.

Il problema è che una volta lo straordinario era effettivamente  fedele al significato della parola. Oggi lo straordinario è ordinario, in quanto si preferisce pagare le relative maggiorazioni anziché fare assunzioni, e non potendo superare i  limiti (non quelli di legge che vengono regolarmente superati, ma quelli umani), si ricorre ai contratti a termine per far fronte a cosiddetti picchi di lavoro.

Ora, tutti questi fenomeni purtroppo non riguardano solo aziende private: la cosa grave è che riguarda anche, ed in misura determinante, la PA di qualsiasi livello, da quella locale a quella centrale.

Addirittura non esita nemmeno a fare contratti che solo ufficialmente sono legali, ma che nella sostanza sono basati su rapporti a cottimo. Ma come, non dovrebbe essere la PA a controllare che ciò non avvenga?

Non è un’esagerazione definire queste trasformazioni come una vera involuzione culturale e sociale.

Alla fine dei giochi la sostanza è :  l’essere umano non è più al centro dello sviluppo; sono il mercato ed il profitto a gestire la nostra vita, non solo quella lavorativa. Il diritto, la legge, l’emozione, l’amore, insomma ogni tipo di vincolo è una concessione alla concorrenza, in quanto il mercato non permette concessioni a plusvalori umani.

Se non ci sarà alcun cambio di tendenza, le nuove generazioni sono destinate a pagare un carissimo prezzo, prima di quando possiamo immaginare e molto di più di quanto non stiano pagando già ora.

 

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