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Scuola
725: per continuare a "non tacere"
Contributo per un rinnovato governo della
città da parte dei ragazzi della "Scuola 725": don Roberto Sardelli
ed alcuni collaboratori
Pubblichiamo il
documento integrale di don Sardella e suoi collaboratori, diffuso
il 15 marzo 2007
PREMESSA
Chi siamo
1 - Sul finire del 1968 accadde un fatto strano che segnò una svolta
nella nostra vita.
Abitavamo nelle baracche dell'acquedotto Felice, un tugurio di
miseria dove viveva un'umanità che le istituzioni e i cittadini
avevano lasciato fuori dalle mura della città.
2- Era piovoso e freddo quello scorcio del 1968 e sotto gli archi
dell'Acquedotto annottava anzitempo.
Ci si preparava, ancora una volta, ad affrontare l'inverno,
illudendosi di aver trovato una carta catramata che, stesa sui
tetti, ci avrebbe riparato dalla pioggia durante le lunghe e paurose
notti di temporale.
Non c'era elettricità né acqua che, pur copiosa passava sulle nostre
teste.
Con pesanti cucine economiche di ghisa, alimentate con legna
scartata nei cantieri edili, dove lavoravano i nostri padri,
tentavamo di asciugare l'umidità onnipresente, che torturava le
nostre ossa e i nostri polmoni.
Unico rimedio ai dolori, che ci tenevano svegli per nottate intere,
era la Nisidina.
3 - Eravamo ragazze e ragazzi: mentre alcuni frequentavano la scuola
pubblica, altri erano già sul mercato del lavoro e, espropriati
della loro età e della scuola, facevano l'esperienza dello
sfruttamento.
Il più grande aveva quattordici anni.
La città era assente.
Noi, spinti dai genitori, frequentavamo la scuola, ma molti,
classificati "caratteriali", finivano nelle classi "differenziali";
tutti, a causa delle condizioni in cui vivevamo, giornalmente
subivamo offese ed espliciti inviti a lasciare la scuola.
Qui si pronunciavano parole che ferivano la nostra anima: chinavamo
il capo e pensavamo che in quelle aule non sarebbe mai entrata la
nostra vita.
Vi avevano diritto di cittadinanza, invece, nozioni astratte, libri
di testo stantii, privi di realismo e di tensioni liberatrici.
4 - Studiare soli in un ambiente che era ingresso, cucina, camera da
letto con bagno prospiciente, al lume delle candele donateci dalla
parrocchia era impresa dei più ardimentosi.
E ce ne stavano.
5 - Mentre le istituzioni e la città ci costruivano intorno un muro
fatto di diffidenza e pregiudizi, che aggravavano di giorno in
giorno il nostro isolamento, i più volenterosi del quartiere e della
parrocchia, di tanto in tanto, aprivano una falla in quel muro
maledetto e venivano ad alleviare la nostra indigenza con la
beneficenza.
Il loro animo si commuoveva soprattutto a Natale e a Pasqua. Quella
beneficenza non faceva che stendere un velo sopra una situazione che
esigeva ben altri interventi che, né gli adulti né tanto meno noi
ragazzi, in quel tempo, riuscivamo a intravedere.
6 - In quello scorcio del 1968, sotto gli archi dell'Acquedotto
annottava presto.
Clelia moriva negli stracci.
Laura, di un anno, moriva soffocata per una broncopolmonite doppia.
Luigi si stringeva tra le mani le ginocchia doloranti, ma non poteva
più riempirsi lo stomaco di Nisidina.
Luciano voleva giocare sui binari: passò un treno e lo uccise.
Angelo con un rene solo non poteva più lavorare nei cantieri, e
aveva quattro figli.
7 - Era piovoso e freddo quello scorcio del 1968: la città si
agitava, la contestazione partiva dalle fabbriche e dalle
università.
Aria nuova.
Noi, confinati oltre e fuori dal mondo civile, ne eravamo appena
lambiti.
Le nostre giornate trascorrevano come sempre.
8 - Un giorno ci venne incontro un prete con la valigia.
Noi lo guardammo perplessi e lui guardò con sospetto il pallone col
quale stavamo giocando.
Chiese come ci chiamassimo e ci disse che in una baracca avrebbe
aperto per noi una scuola.
Le nostre perplessità aumentarono.
Pensammo a un doposcuola per aiutarci a svolgere i compiti che ci
assegnava la scuola del mattino.
9 - Ma avvenne un fatto cui nessuno di noi pensava.
Alle cinque del pomeriggio quando, finiti i compiti, ci preparavamo
a "rimbaraccare", il prete fece accendere dai suoi collaboratori
alcune candele in più e noi pensammo che ci avrebbe fatto dire il
rosario.
Invece aprì un libro: Americani e Vietcong.
Da quel momento, in quella baracca 3x3, che era stata di Rita,
nasceva la "Scuola 725", la scuola del nostro riscatto.
10 - Finirono le domeniche trascorse a gironzolare per l'Acquedotto
o su qualche campetto di calcio.
Finirono le vacanze estive: il riscatto aveva un prezzo che
all'inizio pagammo con poca convinzione, poi, man mano, sempre con
maggiore partecipazione.
I compiti della scuola del mattino diventarono un'appendice e
conoscemmo Gandhi, Luther King, Luthuli, Malcom X, don Milani,
Camillo Torres, le lotte di liberazione dei popoli, il dottor Horn
... la Sesta di Beethoven...
11 - Ci affacciammo alla finestra del mondo. Vedemmo che non eravamo
soli.
Alla vergogna di abitare nelle baracche subentrò la dignità, al
silenzio il grido.
Rifiutammo di lasciarci integrare e alimentammo il rifiuto
riflettendo sulla nostra condizione.
12 - Scoprimmo il ruolo forte delle nostre mamme. Esse, prima dei
padri, avevano preso la decisione di emigrare e, determinate a darci
un futuro, si caricarono della responsabilità di sradicarci e di
radicarci.
Presero la valigia di cartone con nell'anima il dolore di chiederci
un sacrificio, che loro capivano appieno, ma noi no; le seguivamo
con gli occhi increduli e ignari: -Andiamo ad abitare in una casa
nuova, in città.
L'impatto fu indicibile e il dramma ci segnò.
13 - Con questi ricordi, nella "725" sera dopo sera, a lume di
candela, tra inevitabili distrazioni, nacque la "Lettera al
Sindaco".
Successivamente da sotto quegli archi malfamati, che i nostri
genitori ribattezzarono "infelici", nacque la "Lettera ai cristiani
di Roma" firmata da 13 preti. Allora non ce ne rendevamo conto, ma
il "grido" fu talmente forte che le istituzioni ne furono colpite e
dovettero mettere allo studio un processo di rinnovamento che segnò
la fine di un'epoca.
In quelle due lettere chiedevamo cambiamenti radicali, cambiamenti
che toccavano l'anima dei problemi che vi si esponevano.
14 - Percepimmo così il vento del cambiamento del '68 e coltivammo
le speranze che conteneva.
Già il Concilio Ecumenico, spinto dalle tensioni e dalle scelte dei
preti operai, da "Esperienze Pastorali", dalle comunità di base e
dalla ricerca teologica più preoccupata dell'immobilismo ecclesiale,
aveva timidamente parlato di inevitabilità dell'"aggiornamento". Si
cominciò a parlare di una chiesa povera e di poveri. Ma nell'aula
conciliare c'era un limite: si parlava dei poveri, ma i poveri non
parlavano.
15 - Così, nella vita quotidiana, dovemmo prendere atto che i poteri
forti, presi in contropiede, prima tacquero, poi si impossessarono
in modo strumentale di quelle speranze e dettero spazio al '68
parolaio, guidato da privilegiati figli di papà, che nulla avevano a
che vedere con noi.
Per molti di questi si spalancarono le porte del palazzo, dove
aspiravano ad andare al posto dei loro padri e, come nuovi e
arroganti padroni, ne occuparono le poltrone. Noi, pur nella
radicalità del nostro messaggio, rifiutammo ogni forma di violenza e
di compromesso e restammo propositivi.
16 - Ancora oggi, quando si parla di quel tempo, si manipola la
realtà, dando la parola ai convertiti, che hanno costruito il loro
successo sul "pentimento", ignorando le nostre proposte e tacitando
le nostre speranze.
Oggi, in un momento in cui è reale, vero e riconosciuto solo ciò chi
si esibisce, noi ci sentiamo ancora più spinti a rivolgere la nostra
attenzione ai "luoghi" non appariscenti della città e del mondo,
laddove si insinua il "coraggio della speranza".
Noi siamo qui
17 - Noi non abbiamo dimenticato la nostra storia che è un capitale
vivo. E proprio dalla nostra esperienza in questa prima decade del
2000, irta di difficoltà e di contraddizioni, ci rivolgiamo ai
cittadini e alla istituzioni della città, per manifestare loro le
nostre preoccupazioni e per aprire un dibattito che avvii un
processo di rinnovamento della Politica e della Cultura.
I 35 anni trascorsi dalle lotte dell'Acquedotto Felice non hanno
scalfito la nostra sensibilità per i problemi della città in cui
viviamo.
Tra noi non ci sono nomi altisonanti o rappresentativi dei poteri
forti o di "nobili natali", ma operai, impiegati, insegnanti,
piccoli imprenditori edili, militanti nel sindacato, nella
cooperazione, nel volontariato...
18 - Siamo consapevoli delle difficoltà cui deve far fronte il
governo locale: il suo impegno, pur meritorio, in questi ultimi anni
ha dovuto dispiegarsi in concomitanza con la visione aziendale del
governo del Paese.
Tale apprezzamento, tuttavia, non ci esime dal dovere di rilevare
alcuni vuoti, nella certezza che l'esercizio sereno e lucido della
coscienza critica corrobora la politica ed è linfa della democrazia.
La politica deve essere fatta dal popolo
19 - Questa fu l'affermazione intorno alla quale ruotava tutto lo
sviluppo della "Lettera al sindaco" del 1970.
Oggi la riproponiamo e la attualizziamo, in tutta la sua semplicità,
con maggiore urgenza, perché ci sembra veramente che la base sociale
sia stata fatta fuori, per ricordarsene solo ad ogni scadenza
elettorale.
20 - L'azione politica deve essere esercitata in riferimento al
popolo e al bene collettivo, autentico e concreto.
Lo svolgimento dell'azione politica non può essere guidato da
interessi corporativi.
Non abbiamo bisogno inoltre di intellettuali e tecnici che
esercitano un potere autoreferenziale, non si pongono in funzione di
servizio verso il popolo e ne ignorano i bisogni e le sofferenze.
Quando la loro autorità è priva di autorevolezza, degenera in
arroganza e arbitrio e la democrazia langue.
Questa è la coerenza che chiediamo.
21 - Quando diciamo "popolo" non parliamo di qualcosa di amorfo,
soggetto all'irrazionalità, ma parliamo di una comunità capace di
guardare alla realtà circostante con gli occhi delle vittime, degli
ultimi.
22 - Quando diciamo "Politica" non intendiamo solo una somma di cose
da "fare".
Se "Politica" è solo questo, si cade nella rete del pragmatismo e
dell'empiria, si viene privati delle visioni e dei sogni che sono
parte costitutiva nella nostra natura "We dream".
"Politica" per noi è progetto, ci parla del rapporto che l'uomo deve
avere con se stesso, con gli altri tra cui vive, con l'ambiente in
cui cresce. "Politica" è sogno di ciò che sarà, ma che comincia già
ad essere ora.
Se "Politica" è tutto questo, l'uomo è dentro la "Politica", ne è
come avvolto e ne costituisce l'anima e, allo stesso tempo, ne è
artefice.
In questo senso la "Politica" non può essere delegata, perché è
proprietà inalienabile dell'uomo.
Ecco perché crediamo che la "Politica" deve essere fatta dall'uomo.
L'uomo fuori della "Politica" è un non-uomo, non è un "cittadino
vero".(Aristotele).
Per superare un tale rischio e rinnovare la politica si rende
urgente una spinta etica in più, occorre un supplemento di anima che
può essere fornito da chi vive nel disagio e nell'indigenza e da
tutti coloro che concretamente se ne fanno carico e ne condividono
la visione.
23 - La nostra esperienza ci dice che se ci fermiamo a guardare la
superficie dei comportamenti, vediamo intorno a noi il dominio delle
apparenze che sono tracimate in ogni direzione. È quello che si nota
nelle scuole, tra i giovani, nei luoghi di lavoro e nel
divertimento.
Ma se scendiamo in profondità, nel cuore della gente, li troveremo,
nascosti, i semi di una vita più autentica legata ai grandi valori
dell'esistenza, ma perché germoglino occorre creare i luoghi del
ragionamento e dotarsi degli strumenti della riflessione.
Il frastuono, la frenesia, la seduzione delle vetrine sono i nostri
nemici, sono la grancassa di un sistema che vuole alienare l'uomo da
se stesso.
È qui che la cultura deve darsi un nome nuovo: "Politica".
E la "Politica" deve impedire che le radici superficiali si
interrino ed erodano la coscienza dei cittadini.
Il processo di riforma della "Politica" o parte dal basso o non
sarà.
Non abbiamo bisogno, né si vedono all'orizzonte capi carismatici.
Questo è il cantiere che dobbiamo aprire. Il lavoro che vi
svolgeremo sarà poco appariscente, avrà tempi lunghi e sarà
difficile, conoscerà passaggi irti di difficoltà, profonde
lacerazioni e risentimenti. Sarà come partorire.
La riforma possibile
24 - La situazione Politica-partiti e schieramenti connessi, a
conclusione di un ciclo storico connotato da forti divisioni, si è
talmente deteriorata che oggi bisogna porre mano ad una grande
Riforma culturale partendo dalla base. La convinzione che i partiti
siano l'unico strumento della democrazia, non è più sufficiente a
sostenere la democrazia stessa. In questa fase rigenerativa, oltre
ai partiti, bisogna porre attenzione ai movimenti spontanei, legati
alle vicende di una stagione o ai tempi dell'esistenza, alla
individualità dei sentimenti che occorre politicizzare, a un mondo
oggettivo da soggettivare. La politica deve porre ascolto a queste
voci, deve portarle a sintesi e tradurle in norme di saggezza.
È un lavoro che richiede di trascorrere più tempo tra la gente e
meno tempo nel chiuso. Le riforme verticistiche non hanno futuro.
Intanto nell'assenza del nuovo, intravediamo il trionfo
dell'ideologia della non- ideologia.
È come cadere dalla padella sulla brace.
25 - Partire dai governi locali in tutte le sue articolazioni di
base è il passaggio principe di ogni autentica Riforma. Tutti i
passaggi innovativi vanno discussi con i cittadini.
Intanto noi proponiamo di dare alla parola Riforma quella forza che
ha in sé: Riforma= Ri-dare-anima, che è la "forma" del corpo, nel
nostro caso, "forma" del corpo sociale.
26 - Platone annoverò tra le sue attività quella di essere
consigliere dell'uomo di governo. Noi non siamo Platone. Né vogliamo
che tale ruolo possa essere ricoperto dagli intellettuali di grido,
dal personale di gabinetto, da anonimi tecnici ed esperti, costosi
consulenti pescati nell'ambito delle clientele.
Noi, dal basso della vita quotidiana, vogliamo partecipare al
governo locale, forti della comune esperienza, delle tensioni e
delle speranze che vi si condensano. Solo così può rinascere la
Politica.
Un bicchiere che va svuotandosi
27 - Il traffico, la violenza, il degrado ambientale, l'emergenza
casa, il lavoro e la precarietà, la scuola sono problemi che ci
stanno a cuore. La loro soluzione invera i valori della nostra Carta
Costituzionale.
Tuttavia ci sono dei temi valoriali per i quali un governo si
distingue da un altro e ne costituiscono la diversità politica. È
proprio di questi temi che vogliamo parlare perché il bicchiere dei
valori, in questi ultimi anni, si va pericolosamente svuotando.
28 - Purtroppo il progetto in atto è creare un popolo di omologati.
Ed allora eccoci qui a discutere di alcuni valori pericolosamente
sottaciuti e che, una volta riportati in auge, potrebbero rimettere
in movimento il processo della riforma morale e culturale. Noi
soffrimmo per la mancanza di una casa e lottammo per averla, ma
nella scuola 725 imparammo anche che la Politica, la democrazia, la
cultura, la fratellanza sono valori senza i quali la vita non ha
senso.
Senza questi valori universali tutto crolla e anneghiamo nelle
illusioni.
29 - Ci soffermeremo ,quindi,su tre punti. Non partiremo da ciò che
è elaborato al chiuso delle oligarchie politico-intellettuali, ma da
ciò che sperimentiamo vivendo tra la gente.
Siamo allarmati per la Democrazia, per la Cultura e per i Migranti.
Spesso, nei programmi dei governi locali italiani, si danno per
scontati tali valori. Si dimentica che essi vanno affrontati giorno
per giorno, generazione per generazione e calati nella coscienza dei
ragazzi con una pedagogia soffusa, testimoniata e monitorata,
altrimenti ci troveremo davanti a dei vuoti che, alla fine,
pagheremo a caro prezzo.
Gli sforzi generosi e tenaci, la buona volontà dei singoli nella
scuola e nel volontariato non sono sufficienti se manca l'impegno
delle istituzioni.
Occorre un lavoro di squadra.
La città spettacolo
30 - Siamo lontani, molto lontani da quel cantiere politico e
pedagogico di cui parlavamo.
Sembra che tutto debba essere sottoposto alla prova degli effetti
speciali.
Così la città diventa uno spettacolo dove le miserie vengono
nascoste.
Noi sappiamo che l'anima di una città vive in quelle "parti gelate"
senza le quali lo stesso spettacolo è destinato ad afflosciarsi e a
morire nel tedio.
La città non è un palcoscenico da esibire, non è nemmeno e solo un
agglomerato di case, di musei, di palazzi, di vie.
Le città sono vive, ecco perché parliamo di governo e non di
amministrazione cittadina.
Le città hanno un'anima che bisogna andare a cercare nelle zone
grigie. È lì che si trova l'alimento della solidarietà che lega i
cittadini.
SIAMO PREOCCUPATI PER LA DEMOCRAZIA
Crisi della Politica
31 - Da un indagine pubblicata qualche mese fa, siamo venuti a
sapere che solo il 3% dei cittadini ha stima per i politici di
professione. Il dato si ripercuote sulla Politica ed è questo che ci
allarma. Difatti, la Politica, tra tutte le altre scienze ed arti, è
quella in cui si può perseguire il bene comune in massimo grado. Ciò
che ci preoccupa non è tanto la percentuale dei votanti, né quella
del consenso che tocca a ciascun partito, quanto la cultura diffusa
che si nasconde e si conferma dietro quei dati. Tale nostra
percezione si rivela vera nel momento in cui un interesse personale
o corporativo viene messo in discussione. Il politico, avendo
perduto autorevolezza e credibilità, non è più in grado di far
fronte alla forza degli interessi particolari e questi si sentono
legittimati ad elevare le loro pretese. La Politica può morire nel
ginepraio delle corporazioni, incapaci di elevarsi ad una visione
generale della città.
32 - Il modello economico che si è imposto e che condiziona la
politica è quello di uno "smodato desiderio di ricchezza", che
inquina non solo le nostre città, ma i nostri popoli, il nostro
mondo industrializzato. Il desiderio della ricchezza, mai pago,
genera egoismi di sistema in cui il più forte ingoia il più debole.
"Ovunque gli uomini commisurino in base al denaro tutti i valori,
sarà pressoché impossibile che si realizzi una politica giusta e
felice". (T. Moro).
Ci ribelleremmo alla sola proposta di rivedere il nostro stile di
vita, il nostro sistema produttivo e consumista a favore del mondo
dell'indigenza.
L'illegalità
33 - La subalternità all'economia non è la sola ferita inferta alla
Politica e alla Democrazia. Non conosciamo la diffusa pratica
dell'illegalità che si giustifica nell'illegalità altrui? E
l'arroganza, l'impunita' dei poteri forti e criminali? Noi che
viviamo tra la gente, respiriamo quest'aria ammorbata.
34 - Il 52% degli italiani ritiene che la criminalità sia il più
grave dei nostri problemi. Ciò che ci preoccupa è che l'opinione
pubblica e la politica militante non pensano di affrontare questi
problemi con una massiccia prevenzione (scuola di altissimo livello,
lavoro, cultura...), ma con un rafforzamento dell'apparato
repressivo (più carabinieri, più polizia di quartiere, più
carceri...) Eppure da Socrate in poi si propone con sempre maggiore
chiarezza che tali problemi vadano risolti "in forza dell'educazione
che riduce il bisogno di reprimere con la forza...!".
Il futuro non si prepara nelle carceri.
Il futuro si prepara nella scuola.
La coscienza critica di base
35 - La nostra coscienza critica, che si formò sotto gli archi
dell'Acquedotto Felice, non sarà mai intollerante e integrista da
non ammettere la fatica e l'intelligenza della mediazione politica,
ma non ci permetteremo mai di relegare nel silenzio il popolo con
tutte le sue capacità critiche. Il nostro ruolo resta quello di "
Non tacere". Vorremmo invitare quelli che si riempiono la bocca
della parola democrazia e la danno per scontata: a visitare, in
assoluto anonimato, una agenzia interinale, dove giovani disperati
bussano per cercare un lavoro; a frequentare una sala d'attesa INPS
dove pensionati e pensionandi trascorrono intere mattinate da uno
sportello all'altro senza trovar risposta al loro assillo; a
mettersi in fila in un Pronto Soccorso di un grande ospedale dove ci
si aspetterebbe l'eccellenza dell'accoglienza e ci si imbatte,
invece, in una bolgia; a mettersi in fila in una ASL in attesa di
una visita ritenuta urgente e ci si sente rispondere: -"Venga tra
uno, due, tre, quattro mesi..."; a visitare, senza essere preceduti
da ridondanti annunzi, un ricovero per i vecchi e si vedrà a che
punto arriva l'offesa alla persona nella fase finale e più delicata
della sua vita, quando ci si aspetterebbe il massimo rispetto e la
massima cura; a visitare un ambulatorio dove per ore si aspetta
l'arrivo del primario di tabella impegnato altrove; a verificare
l'umiliazione cui sono sottoposti gli immigrati quando chiedono o
rinnovano il permesso di soggiorno.
E' qui che il popolo fa l'esperienza quotidiana della democrazia.
36 - Il ruolo della politica non è quello di esaurirsi in una
estenuante mediazione tra i vertici, ma quello di costruire la
mediazione alla base, di cui i partiti sono rappresentativi solo in
minima parte.
Purtroppo al minimo di rappresentatività corrisponde il massimo di
potere e questo è un tarlo che erode la democrazia Possibile che si
indaghi su un prodotto commerciale e sul sedere delle veline e dei
velini, e non si trovi il modo e il tempo per informare e per
conoscere la volontà del popolo, che è la sede naturale della
democrazia? Basta un sondaggio impersonale e magari manipolato?
Quando si fanno programmi che non solo coinvolgono la vita dei
cittadini, ma anche le generazioni future, la consultazione
informata del popolo diventa momento di forza del governo locale.
37 - Noi abbiamo condotto una esperienza scolastica in cui la
baracca "725" non era solo un'aula scolastica, ma spazio della vita
e dei problemi che le sono connessi.
Non eravamo soli. Centinaia di iniziative, in quegli anni, si
svolgevano lungo tutta la cintura della baraccopoli romana. C'era il
gruppo del Prenestino, di Pratorotondo, del Fosso di S.Agnese, del
Quarto Miglio, del Quadraro, del Torrione, del Borghetto Latino, di
Valle Aurelia, della Torraccia, di San Paolo, di Fidene…. Fu la
grande stagione del riscatto sociale e culturale. Ebbene, allora
come adesso, nessuno si è premurato di ascoltare la nostra voce su
come si dovesse impostare la politica educativa e culturale del
governo locale. Evidentemente non facevamo parte del " giro "né, è
bene dirlo, vogliamo farne parte. Non siamo stati educati per i "
giri ". Chi ne fa parte si vanta di vivere nella democrazia e ne
tesse gli elogi, ma in realtà la nega perché alla sovranità popolare
sostituisce la signoria di pochi, dove si annida l'arroganza,
l'impunità e la corruzione.
I giudici possono condannarne gli effetti, ma la cura delle cause
spetta alle responsabilità politiche.
I " giri " paralizzano e sviliscono la democrazia. I "giri" temono
la coscienza critica del popolo. Noi, invece, pensiamo che la
coscienza critica sia il primo gradino per creare cultura.
Poi, viene la Politica.
Poi, viene la Democrazia.
Poi, viene la Responsabilità.
Poi, vengono i Partiti.
Senza la coscienza critica e attiva, ogni democrazia è fragile e
vacilla.
38 - Deve essere chiaro a tutti che la democrazia non si alimenta
nel campo degli interessi costituiti, ma nel campo degli ultimi e di
coloro che non hanno voce né rappresentanza.
Il governo locale non dovrebbe mai essere un governo neutrale, ma,
piuttosto, il garante della lotta contro il mondo del privilegio.
E così che il primo magistrato della città diventa " magister ".
Non si tratta di concepire la Politica in chiave di contrapposizione
di una sorta di " combatto quindi sono", che è alla base della
distorsione psicologica del terrorismo, ma di affermare la Politica
e la partecipazione democratica insieme,come punti alti per
risolvere i problemi della convivenza e promuovere il bene comune.
39 - Vediamo necessaria una svolta, una "discontinuità" come si usa
dire ora: per dare spazio ad una Politica in cui la base popolare
partecipi e se ne senta artefice occorre che il governo locale apra
un cantiere grande come la città dove si cominci a discutere di
Democrazia diretta, alla quale non si può dare appuntamento ogni
quattro anni, e Democrazia rappresentativa, che non sarà mai la
depositaria della Politica. Se la politica è connaturata all'uomo,
l'uomo deve scioglierne i nodi. Quando diciamo democrazia diretta
non intendiamo solo riferirci all'uso dei referendum, ma a mille
altri modi attraverso i quali si possono aprire canali per conoscere
e far discutere la base sociale. "Ciò che tocca tutti da tutti deve
essere trattato".(Giustiniano) Quel tutti, per noi, è il principio
massimo della democrazia.
L'uguaglianza
40 - Un governo locale democratico non può assistere rassegnato alla
divisione tra i cittadini in ragione del censo.
È a tutti noto che nella nostra città ci sono sacche di povertà che
soffrono per la mancanza di servizi. Questa situazione accentua la
differenza tra i ricchi e i poveri. Tale divisione, se togliamo le
vetrine e i centri commerciali, tende ad aggravarsi. È urgente
invertire la rotta. Per noi l'uguaglianza resta un valore da
perseguire.
È uno dei contenuti più forti di un governo locale, che si dica
democratico. L'abbandono del tema dell'uguaglianza, nemmeno più
menzionata nei programmi, è una delle cose più squallide e tristi
dei nostri tempi. L'omologazione consumistica, apponendo il suo
stampiglio sulla nostra coscienza, ci ha tutti livellati. "In ogni
paese del mondo, un' enorme tribù di burocrati di partito e di
leccati professorini si dà molto da fare per provare che non
significa niente l'idea di uguaglianza" (G. Orwell). L'uguaglianza
si sostanzia politicamente nella commensalità, che vuol dire
impegnarsi a tutti i livelli, da quello del prelievo fiscale a
quello educativo, per abbassare le colline della ricchezza e
ricolmare le valli della miseria ovunque si trovino.
41 - Uno di noi, durante la "notte bianca" è andato a far visita ad
un'ammalata ricoverata nel reparto di neurochirurgia di uno dei più
grandi ospedali romani. Si è trovato in un grosso camerone con otto
letti di malati anziani affetti da gravi patologie
dell'invecchiamento. Maschi e femmine erano insieme, con cateteri e
sacchi urinari da tutte le parti. Il nostro amico ha chiesto di
poter parlare con un medico, ma gli è stato risposto che il medico
era assente.
42 - La presenza umana e politica di colui che presiede al governo
della città tra i deboli, anche se si tratta di assentarsi dalla
"notte bianca", non è un optional.
La sua presenza è un dovere, è come il "grido" che fa tremare la
città, è un segno che l'umano diventa politico, è trasmissione del
messaggio che non esistono amori che galleggiano su tutte le
situazioni contraddittorie tra di loro, che credono di poter fare i
neutrali.
L'amore si schiera, è partigiano, privilegia l'uno e non l'altro.
È intollerabile che nella nostra città ci siano ospedali
convenzionati, e ripetiamo, convenzionati, che riservino ai malati
spazi e trattamenti particolari dietro compensi aggiuntivi.
È troppo se chiediamo che sulle convenzioni venga esercitato un
controllo che non discrimini i cittadini? L'incontro con l'indigente
non è solo l'incontro con un bisogno da soddisfare, ma l'incontro
con una proposta di vita nuova in cui facciamo nostra l'angoscia
dell'altro.
43 - Noi non riusciamo a comprendere come colui che eletto al
governo della città riesca a mettere insieme una serata "mondana" e
un bambino africano che muore di fame.
Non riusciamo a comprendere come egli possa mettere insieme il
matrimonio di un calciatore miliardario e un operaio in nero
schiacciato sotto una lastra di marmo.
La memoria della nostra esperienza all'Acquedotto Felice non ce lo
permetterebbe.
44 - Noi, invece, pensiamo a un governo della città che inquieti le
coscienze, che non si dia pace fin quando uno solo dei suoi
cittadini viene trattato in ospedale da insolvente.
Antonio Gramsci parlava di "sdilinquimenti" e "abbracciamenti
generali".
Noi pensiamo che il ruolo di sindaco debba essere interpretato alla
luce del principio di don Lorenzo Milani, del "non fare parti uguali
tra disuguali", perché l'apparente neutralità è tutta a vantaggio
degli avvantaggiati.
Che tipo di messaggio dovrebbe inviare il "magister" ai più deboli,
ai giovani?
"Che dunque il legislatore debba preoccuparsi dell'educazione dei
giovani nessuno può dubitarne; in realtà è quello che , negletto in
una polis, ne rovina la costituzione... (Aristotele) E dai ragazzi
vengono su quelli che parteciperanno alla vita politica...
"Ecco perché chi comanda deve possedere la virtù morale nella sua
completezza". (Aristotele).
In questa prospettiva mettere insieme chi è nudo e chi fa pubblicità
alla biancheria intima, chi soffre per malattie da fame e chi si
ipernutre, chi vive di pensioni minime e chi naviga con salari da
maragià, è venir meno al proprio ruolo. Se l'incontro del governo
locale con i miseri non ha questa progettualità egualitaria la
nostra partecipazione e impegno sono solo voyeurismo assistenziale e
non preludono alla giustizia. E un aiuto nel senso della chiarezza
può venirci dalle religioni e da tutti quei cittadini sensibili
della società civile, che potrebbero giocare nel cantiere il loro
ruolo di profezia e di saggezza, senza appiattirsi sul potere e su
umilianti privilegi.
45 - Il "sindaco di tutti" trova certamente consenso, ma la misura
del consenso non assolve.
Sappiamo bene che un sindaco impegnato, con gesti forti, a
sprovincializzare il governo locale, a legarlo ai grandi valori, a
fissare una tabella di marcia che metta al primo posto la povertà,
la miseria, il disagio sociale, la solitudine, l'oppressione di
coloro che vivono ai margini della città e del mondo, non avrebbe lo
stesso consenso plebiscitario.
Ma con questo cosa vogliamo dire?
Che dobbiamo rassegnarci alle mezze cartucce?
Che siamo arrivati al punto del non ritorno?
Che ci siamo chiusi in un vicolo cieco?
La situazione è grave.
Noi crediamo che se ne possa uscire solo con una profonda riforma
della Politica.
Alcuni segni del malessere democratico
46 - Da alcuni decenni, sebbene con molta lentezza, è in atto nella
nostra città un processo di decentramento. Le leggi e i regolamenti
prevedono che, accanto al decentramento, vada sollecitata la
partecipazione dei cittadini al governo della città. Ma un tale
disegno legislativo trova una strozzatura sul piano della prassi
burocratica, amministrativa e finanche politica, che svuota di
efficacia e di incidenza le decisioni delle assemblee partecipative.
Il cittadino vuole concorrere alle decisioni circa il suo futuro, ma
le scelte restano ancora ristrette a poche persone. Ne consegue che
la partecipazione rimane allo stato larvale. Recentemente alcuni di
noi si trovavano in un'assemblea di base in un municipio di Roma
Est. La sala consiliare era gremita soprattutto di giovani. Gli
interventi, precisi e compendiosi, parlavano di viabilità, di verde
e di spazi scolastici. Ma a chi parlavano? Quelli che dovevano
ascoltare erano assenti. Le istituzioni, che avevano il dovere di
essere lì perché lì si faceva la Politica, dato il saluto iniziale,
avevano preso il largo. Ci accorgemmo che il decentramento nella
misura in cui diventa reale richiede che una nuova cultura politica
si radichi nella nostra coscienza civica.
È da temerari pensare che, quando si abbandona l'assemblea popolare,
le decisioni, poi, vengano prese in separate sedi in compagnia dei
poteri forti e corporativi?
47 - Il linguaggio parlato e scritto della politica continua a non
tenere conto del destinatario. È una barriera che non permette la
comunicazione e la comprensione Gramsci ci dà una lezione che
sarebbe da saggi tenere a mente. Egli ci mette in guardia contro un
linguaggio semplicistico proprio degli "imbroglioni, dei demagoghi e
della propaganda", ma ci avverte anche che deve essere "stimolante e
un tantino superiore alla media" per far sì che il cittadino esca
dai limiti degli "opuscoletti".
Non ci sembra che i nostri politici, a sentirli parlare e a
leggerli, siano animati da questa delicatezza del grande pensatore.
Oggi assistiamo, spesso esterrefatti, a linguaggi a volte fumosi e
cifrati, a volte populisti e da spot pubblicitari, che non rendono
un buon servizio alla democrazia e alla cultura e le scavano attorno
una fossa fatta di diffidenza e assuefazione.
48 - Da un' indagine pubblicata abbiamo saputo che otto giovani su
dieci ritengono sia necessaria una raccomandazione per avere un
lavoro a tempo indeterminato.
Ciò significa che è in atto un capovolgimento del senso del diritto.
Un governo locale democratico non può non farsi carico di una
situazione che elegge il privilegio e persino l'illegalità al posto
del diritto.
Compito del governare è anche quello di "promuovere la virtù"
(Aristotele).
49 - La democrazia è appello, sempre più incalzante, alla
responsabilità.
Per questo restiamo perplessi quando chi presiede al governo della
città sostiene che "la parola chiave della notte bianca sarà"
leggerezza": una parola che vuol dire eleganza, fuga dalla
volgarità, favola, magia, fondamentale in questi tempi difficili".
La " leggerezza" avrà pure avuto un suo ruolo nella ore della
pesantezza e della fatica e può servire per riprender fiato e
rafforzare l'impegno a trasformare la realtà. Ma se l'effimero viene
enfatizzato con un apparato mediatico imponente, noi rischiamo di
offrire un'immagine errata della città e le luminarie di una notte
oscurano il resto di un anno.
Noi vorremmo piuttosto che si enfatizzasse il lavoro per formare
coscienze critiche, tese a cambiare la realtà e non a fuggirla. Noi,
nei "momenti difficili" fummo educati all'impegno, allo studio, alla
lotta per affermare il diritto e la dignità. Non avevamo mai pensato
ai soporiferi di massa, agli "abbracciamenti generali".
E oggi, siamo qui a proporre una democrazia partecipata, costruita
giorno dopo giorno perché insieme alla democrazia politica si
affermi una democrazia sociale e culturale che abbia la "periferia"
come riferimento e punto propulsore.
Enrico IV e Zapatero
50 - Vogliamo aggiungere una riflessione sul tema della laicità del
governo locale. Nel momento in cui la politica, nella diffusa
percezione della gente, perde vigore e autorevolezza, il
clericalismo rinverdisce le sue smanie, che non hanno nulla a che
vedere con il vangelo. Si va consolidando una sorta di religione
civile onnipresente, capace di salire su qualsiasi carro purché
vincente. Di fronte a una tale tracotanza, due sono gli
atteggiamenti possibili: quello di Enrico IV secondo il quale
"Parigi val bene una messa" e quello di Zapatero che, agli inizi del
terzo millennio, capovolge la scelta di Enrico IV e afferma che
l'autonomia e la dignità della politica non valgono una messa in
quel di Valencia.
Comunque per noi, che non amiamo i poteri occulti, il clericalismo
debilita la democrazia e il politico deve guardarsene. Specialmente
a Roma.
Il ceto politico militante
51 - Prosciugato il bacino della lotta al nazifascismo e della
resistenza, che sono stati una scuola di "speciale educazione", ci
domandiamo: - Da dove il ceto politico attinge e attingerà il suo
personale? È un interrogativo dalla cui risposta dipende in parte il
futuro democratico. Il nuovo bacino sono le segreterie dei partiti?
È il mondo del denaro e della finanza? È la società civile e il
volontariato? Sono i tecnocrati e le professioni? È il mondo dei
media e dello spettacolo? È il mondo del lavoro e del precariato?
Sono domande che attraversano la storia delle dottrine politiche fin
dall'antichità e non possono essere eluse.
52 - Noi notiamo che oggi il bacino prevalente è quello delle
segreterie dei partiti, che formano dei veri e propri "giri" al di
fuori dei quali le possibilità di accesso alla pratica politica sono
notevolmente ridotte, infatti i meccanismi di selezione privilegiano
il conformismo e la fedeltà al capo, piuttosto che l'autonomia e
l'originalità di pensiero. Non c'è osmosi dal basso e intere
categorie sociali non trovano rappresentanza nella politica.
53 - Quelli che non possono vantarsi di essere "figli di" vengono
cooptati e sottoposti ad un tirocinio di assimilazione dei
linguaggi, di atteggiamenti, di ossequi e di "signorsì" umilianti,
ma ai quali i "parvenu" devono assoggettarsi per avanzare. Una volta
si diceva: "il figlio del dottore diventa dottore e il figlio
dell'avvocato diventa avvocato". Dobbiamo cominciare a dire che il
figlio del politico diventa politico? Queste pratiche che si vanno
affermando, a cominciare dal nucleo base dei governi locali, causano
l'allontanamento dei migliori, che non intendono abbassarsi a
sgomitare per farsi avanti. Ne risulta un abbassamento etico del
personale politico. Eppure dalla società civile e dal mondo del
volontariato libero e anonimo emerge un grande impegno per il
sociale e la cultura. Se le cose continuano ad andare così, in
futuro avremo a che fare con un ceto politico sempre più
autoreferenziale, supponente e subordinato ai poteri forti.
54 - Da ricerche internazionali riguardanti anche il nostro paese,
abbiamo saputo che la distanza delle retribuzioni tra i lavoratori e
i grandi dirigenti della politica, della finanza, delle banche,
della burocrazia, della magistratura e dei militari si è
progressivamente polarizzata e dal 1980 ha subito un'impennata
"cosmica" tutta a favore dei dirigenti. Se alla retribuzione di
costoro aggiungiamo la somma dei privilegi di cui godono, il quadro
risulta scandaloso e intollerabile.
La nostra collera cresce quando veniamo a sapere che alcuni di quei
dirigenti, in un solo giorno, guadagnano tanto quanto un operaio
guadagna in 365 giorni di lavoro.
Aggiungiamo che in questi ultimi tre anni il salario del lavoratore
dipendente ha subito una consistente riduzione del potere di
acquisto.
Noi proponiamo di invertire la rotta.
È una delle vie da percorrere per rendere autentico, autorevole e
credibile l'impegno, onde evitare la deriva antipolitica.
La ribellione prima di essere politica e sociale è morale.
La discesa in campo dell'uomo ricco ha significato anche una discesa
del livello etico, cui occorre opporsi per contrastare le ambizioni,
i privilegi, il carrierismo, la sete di potere che inquinano la
politica.
55 - Il personale della politica, sia quello eletto che quello
cooptato o nominato, deve essere ridotto, per evitare la
moltiplicazione di inutili incarichi, funzionali solo al "foraggiamento"
delle clientele.
Chi è eletto a "magister" della città o ad essere legislatore deve
sentirsi carico di onore e i privilegi di cui gode devono essere
azzerati.
Rivalutiamo l'onore, svalutiamo il denaro.
"I più grandi mali si commettono in vista dell'eccesso, non del
necessario... Il parlamento è come un santuario; prima di accedervi,
dunque, si deve deporre, senza indugio, l'amore del lusso e del
denaro, come se fossero un ferro arrugginito, un turpe vizio
dell'animo: gettarlo via, tra i banchi del mercato dei trafficanti e
degli usurai, e volger lo sguardo altrove" (Plutarco).
SIAMO PREOCCUPATI PER LA CULTURA
La gabbia dorata del "life is now"
56 - Noi non siamo prigionieri del "life is now" (prima e dopo non
c'è nulla "life is now") noi scegliamo Antonio Gramsci: "Io do alla
cultura questo significato: esercizio del pensiero, acquisto di idee
generali, abitudine a connettere cause ed effetti... Per intenderci
meglio, io ho della cultura un concetto socratico". È quello che ha
praticato don Milani ed è quello che abbiamo fatto noi in quel luogo
famigerato che era l'Acquedotto Felice.
Quella cultura fu per noi un fattore fondamentale di identità e di
riscatto sociale.
57 - La cultura, i cui processi sono rivolti alla liberazione
dell'uomo dalla privazione e dalla dipendenza, oggi subisce una
cappa di piombo per cui intere generazioni sono private del gusto e
dell'educazione al pensiero originale. A pagare sono soprattutto i
giovani, facili prede delle illusioni ingigantite dal clamore dello
spettacolo mediatico.
Se chi propone e mette in atto progetti culturali si limita
all'offerta, lascia al caso la possibilità di fornire stimoli
educativi e di costruire un reale radicamento culturale. Questo
radicamento culturale chiede, invece, la messa in opera di altri
strumenti ed iniziative da dispiegare su tempi lunghi e complessi.
Vogliamo indicare solo alcuni segni del malessere che si sedimenta
negli strati più intimi della coscienza.
58 - La diffusa illegalità (un capo del governo nazionale l'ha
definita morale e giustificabile), l'aspirazione al successo e ai
privilegi, la difesa di interessi corporativi, lasciati crescere
senza freni, sono diventati un nodo talmente aggrovigliato che può
essere sciolto solo con il recupero dei valori del "cittadino vero".
Tutto ciò sarà possibile solo se ci saranno programmi di capillare
formazione continua che, a loro volta, esigono spazi, iniziative,
personale altamente sensibile, appassionato e preparato.
È molto facile mettere a dimora un albero, ma è da saggi prevedere
tutto ciò di cui ha bisogno per crescere. L'albero ha bisogno di
essere annaffiato, concimato, sostenuto, potato, amato, sollecitato.
Non basta proiettare un film o rappresentare una "pièce" teatrale. È
da saggi porre in atto una fitta rete di iniziative per registrare e
analizzare tutte le implicazioni che quel film e quella
rappresentazione teatrale potrebbero avere nell'animo dei cittadini.
Se manca un lavoro che configuri un autentico impegno pedagogico,
l'offerta risulta calata dall'alto su una realtà di cui si ignorano
i bisogni e che intercetta solo quella minoranza che possiede già
gli strumenti culturali per raccogliere l'offerta. Ripartiamo dalla
"lettera" di Barbiana, da tutte le esperienze di scuola alternativa
che si sono riferite al suo insegnamento, molte delle quali si sono
svolte proprio nella nostra città, da tutte le esperienze che si
sono sviluppate nella scuola pubblica da Pietralata a "Rho", ai
maestri di strada...: ascoltiamoli e inseriamo i loro ideali nel
sistema didattico e pedagogico dell'impegno educativo e nella
politica del governo locale. Tutto ciò serve anche per evitare che
nella scuola pubblica l'uguaglianza delle opportunità sia solo
formale e, sostanziale, la discriminazione.
Un filtro da destrutturare
59 - Nella nostra mente c'è un filtro, in parte connaturato e in
parte indotto, che ci permette determinati comportamenti e non
altri, di giudicare, di criticare.
Gli eventi che succedono nel mondo e intorno a noi li osserviamo e
li giudichiamo passando per quel filtro. Se questi filtri si sono
strutturati sull'egoismo, sulla paura del diverso, su una cultura
provinciale o beghina, per cambiarli, occorre procedere ad un'opera
di destrutturazione e ricostruirli su basi nuove e comuni.
Questa è la fatica dell'educazione e della cultura.
La cultura può esserci d'aiuto perché essa gioca sui tempi lunghi e
non su quelli della fruizione immediata.
Se questo discorso è valido per gli individui, lo sarà molto di più
per il corpo sociale.
Da qui l'importanza e la delicatezza della cultura.
60 - Dopo un secolo durante il quale le fasce deboli della società
hanno cercato di darsi una coscienza di classe portatrice di una
nuova concezione della politica, della democrazia, della cultura,
dell'economia, in questi ultimi tempi s'è dato un duro colpo a
questa tensione.
L'omologazione ha ravvisato proprio nella cultura l'arma con la
quale colpire e rendere la diversità socio-politica puramente
nominale.
L'omologazione ci priva degli stimoli che fanno camminare la storia.
Una società piatta è un pantano, non v'è dialogo, ma solo monologo.
Le raffinatezze della pubblicità incendiano il processo omologante.
" Quel che si vuole è che appariamo tutti uguali come un uovo
all'altro, ma ne sgusciano soltanto ...polli" (E. Bloch).
La frenesia consumista diventa mercato di nevrotici cui la nostra
città offre spazi e incentivi.
La qualità dei comportamenti umani si è notevolmente abbassata,
l'aggressività personale e di gruppo è un elemento con il quale ogni
agenzia educativa preoccupata deve fare i conti.
Siamo incamminati sulla via di un'integrazione goffa in fondo alla
quale non ci sono che un'apparente uguaglianza, un'imitazione di
stili di vita, uniformità di costumi, passiva accettazione di
prospettive politiche, di giudizi, di analisi ridotte a slogan
dettati da esperti "persuasori occulti".
Lo strumento televisivo, in questo senso, spesso gioca un ruolo
fuorviante e massificante.
Tutti estasiati davanti al luccichio delle vetrine.
Vien voglia di dire: ecco la società senza classi, tutti idioti!
Nulla resti come prima
61 - Sulla base della nostra esperienza, possiamo dire che davanti a
una società fortemente sfilacciata, e quella di oggi lo è più di
ieri, gli interventi da "effetti speciali" messi in atto sono
forvianti e di breve durata.
Ben altro ci vuole per ricomporre il tessuto sociale. Occorre
svoltare, impostare una nuova politica educativa energicamente
sostenuta da tutte quelle agenzie educative, che hanno diretta
contiguità con i bisogni delle persone.
L'intervento culturale deve prefiggersi che nulla resti come prima.
62 - Apriamo la città-dibattito dove il pensiero, le arti, la
scienza, la politica vengono restituiti alla base popolare.
Il nuovo, ne siamo convinti, non nasce dalle accademie, dalla TV,
dai comunicati delle segreterie, dal "giro" degli illuminati o degli
addetti ai lavori o da chi pratica l'etica della "gratificazione
istantanea", ma da una pedagogia della vita quotidiana, nelle
famiglie, nei luoghi di lavoro, nei gruppi di volontariato, nei
movimenti e nelle istituzioni di base coinvolti nel tracciare
l'architettura della città futura.
63 - Ciascuno di noi deve acquisire la consapevolezza che la
"coscienza culturale" non si forma nel mondo dei "circenses",
piuttosto masticando il pane duro del sapere e contrastando chi, per
desiderio di facile consenso, nasconde le asperità del sapere e le
fatiche del conoscere. Il governo locale, da parte sua, deve porsi
come obiettivo la rinascita della grande periferia, che attende di
essere messa in grado non solo di fruire della cultura altrui, ma di
diventare essa stessa un laboratorio di produzione culturale, di
elevare le sue conoscenze, di possedere gli strumenti per giudicare
e analizzare. Sappiamo bene che Roma ha una vocazione turistica
notevole, ma è un errore porre sullo stesso piano, quando non
anteporre, le aspettative dei turisti alle necessità dei residenti.
L'ossessione turistica enfatizza la "Roma-museo" a scapito delle
politiche culturali per la periferia. Noi non vogliamo ridurci ad
essere un frequentato e grande mercato di fruitori-consumatori. Il
lavoro sotterraneo di grande valore che le iniziative di base vanno
svolgendo, deve uscire dai limiti della buona volontà personale e di
gruppo per diventare una realtà politica condivisa che dia
l'immagine di una città- formicaio dove tutti cooperano per elevarne
il livello culturale.
SIAMO PREOCCUPATI PER I MIGRANTI: SONO QUELLO CHE NOI FUMMO
Habib
64 - Habib avanzava tutto solo sullo sterrato giallo e polveroso che
dal cantiere edile portava al suo tugurio.
Avanzava sofferente e zoppicante, sotto un sole che asciugava anche
il sangue nelle vene.
Non aveva più di 25 anni.
Alto e bruno, a dorso nudo che gli si contavano le vertebre, con il
capo chino e i capelli neri e ondulati che gli coprivano lo sguardo
e gli si appiccicavano sulla fronte contratta.
Solo.
Ci avvicinammo per chiedergli se avesse avuto bisogno di aiuto.
Accelerò i suoi passi incerti, senza risponderci, come per fuggire
dal nostro interessamento.
Dopo un attimo di esitazione lo seguimmo.
Con parole rassicuranti riuscimmo a calmarlo e a fargli rallentare
il passo.
Con una mano sanguinante si tirò da una parte la folta capigliatura.
Ci guardò di sbieco.
Riuscimmo a rimuovere il macigno della paura e della diffidenza ed
egli aprì su di noi uno spiraglio di fiducia.
Confusamente capimmo che era caduto da un'impalcatura e, in modo
minaccioso, era stato allontanato dal responsabile del cantiere.
-Silenzio! e torna quando sarai guarito.
Tacere.
Habib si chiuse nel suo tugurio.
Cos'altro poteva fare il clandestino Habib?
Bossi e Fini non avevano preso a cuore il suo dramma.
Se avesse parlato lo avrebbero rispedito a Casablanca, dai suoi nove
fratelli, tutti più piccoli di lui.
Bossi e Fini, legislatori lungimiranti, impegnati nella difesa
dell'"identità cristiana" non riuscivano a capire cosa volesse dire
quel "dacci il pane quotidiano" e facevano cadere sul povero Habib i
fulmini e le saette della loro "identità cristiana" .
65 - Siamo allarmati! Sui migranti si sta rovesciando la stessa onda
vergognosa che colpì noi e i nostri genitori.
Noi siamo con Habib, con le sue speranze e con il suo dolore, "senza
se e senza ma".
Habib è quello che noi fummo.
La città allora si chiuse su di noi e ci relegò nelle baraccopoli.
La città voleva le nostre braccia, solo le nostre braccia, e quando
riuscimmo a far capire che noi non eravamo solo braccia, ci indicò
la topaia come nostro rifugio.
Di diritti nemmeno a parlarne.
Sulla nostra pelle portiamo il ricordo indelebile di quei tempi. Un
ricordo che non ci dà tregua, che non ci permette di chiuderci nel
bozzolo dei diritti che abbiamo conquistato con la lotta.
Noi, oggi, rivendichiamo con orgoglio le nostre radici contro le
quali la città scagliò frecce velenose.
La memoria ci apre sul dolore degli altri che vivono l'esclusione e
la marginalità che noi vivemmo.
La vicenda dei migranti ci fa rivivere la nostra vicenda.
Per noi non esistono clandestini.
Per noi non esistono irregolari.
Per noi esistono persone.
La casa: oggi come ieri
66 - Come può il governo della città ignorare che per i migranti, la
ricerca di un'abitazione degna, spesso si trasforma in un dramma che
è come un nodo scorsoio che non dà pace? L'affitto di un alloggio
per i migranti che ne hanno la possibilità, è talmente fuori
controllo che è un bacino di una diffusa illegalità.
Per quelli, e sono moltissimi, che non ne hanno la possibilità, ieri
come oggi c'è la topaia.
Ancora la topaia.
67 - C'è un'altra soluzione.
Rauf, Soltan, Thomas e Ivan hanno affittato una camera con letto
matrimoniale.
Due di loro lavorano di notte e due di giorno Thomas e Ivan si
presentano alle 6 del mattino, svegliano Rauf e Soltan che saltano
giù dal letto e, ancora caldo, lo lasciano ai due amici di ritorno
dal lavoro notturno.
A sera, la storia ricomincia.
Una nuova politica che privilegi i deboli
68 - I giudizi che la città riversa su questo mondo sono dettati da
una e propria xenofobia, anticamera del razzismo, e sono pari, se
non peggiori, a quelli che un giorno furono riservati a noi.
Questo ci fa soffrire, ci indigna e ci preoccupa per le tensioni che
si possono creare.
La violenza subita in silenzio oggi è propedeutica alla violenza
domani.
Il governo della città deve tenere ben presente che la questione
migranti è una delle più grandi sfide cui il nostro tempo è chiamato
a rispondere. Se isoliamo i problemi dei migranti dalla generale
condizione dei poveri, e per loro mettiamo allo studio soluzioni
angolino per angolino, rischiamo la guerra tra i poveri come spesso
sta accadendo.
Esiste una sola, unica questione, quella culturale, sociale,
economico dei poveri di tutto il mondo, che si lega.
La Politica nasce dalla consapevolezza di questo legame che se viene
meno si manifestano subito i particolarismi e la città si frantuma.
69 - Occorre ribaltare una tale tendenza.
Occorrono iniziative nuove e forti per uscire dalla palude di un
dibattito sull'immigrazione che oscilla tra una visione emergenziale
e criminale del fenomeno, che si rivela sempre più miope ed
asfittica, e aggiustamenti insufficienti e parziali suggeriti da una
cultura dell'assistenza, che copre, ma non risolve.
Chiediamo una politica che non cavalchi le paure e le chiusure dei
pavidi e dica con chiarezza che il fenomeno migratorio, poiché è un
fatto causato dalla perversa e squilibrata distribuzione della
ricchezza mondiale, sarebbe inumano e incivile bloccare.
Noi, essendo tra i beneficiari di questa ricchezza, siamo chiamati a
nuovi stili di vita, a nuove politiche, a nuovi rapporti economici e
culturali, che attenuino il peso della miseria nella nostra città e
nel mondo.
Tra l'altro, la presenza dei migranti consente al nostro paese di
continuare a svilupparsi.
70 - Il governo locale può tirarsi fuori da questo impegno?
Noi pensiamo che ne sia investito perché non un solo uomo o donna, a
motivo della sua provenienza e del suo bisogno, venga offeso nella
nostra città.
È una questione di civiltà.
La miseria, la persecuzione, politica che hanno spinto il migrante
verso di noi, è per noi stessi un richiamo a non sentirci più al
centro dell'universo.
Sono loro a misurare il nostro livello di civiltà e noi abbiamo
bisogno di liberarci dalle nostre strutture di dominio e di
superiorità sugli altri.
La loro presenza ci spinge a ritenere possibile una nuova Politica
al centro della quale c'è il diritto-dovere alla commensalità.
Una tale politica non sarà indolore, provocherà risentimenti,
resistenze, conflitti e lacerazioni, ma noi dobbiamo trovare il
coraggio di impostare una pedagogia dell'austerità: il nostro
benessere, il nostro vivere al di sopra del pentagramma, ha un
prezzo troppo elevato, insopportabile.
La diversità, di cui i migranti sono portatori, può essere di
arricchimento.
Alla vecchia identità di cittadini romani se ne sta faticosamente
sostituendo una nuova, aperta alla molteplicità.
Sta nascendo una società nuova e noi ne vorremmo essere partecipi
insieme a quanti sono animati dalla stessa aspirazione.
Habib non è muto.
Habib ci parla di una nuova visione dei rapporti tra gli uomini.
La Politica sarà in grado di ascoltare e di accogliere il suo
messaggio?
71 - Intanto constatiamo che là dove il "pubblico" ha un largo
spazio di intervento, come nella scuola e nella sanità, il diritto
dei migranti trova accoglienza, ma dove lo spazio diventa di
preponderanza o di esclusiva iniziativa privata insorgono gravi e
vergognose situazioni di sfruttamento e di oppressione. Qui, dei
diritti e della dignità si fa scempio.
Ci riferiamo al problema abitativo, del lavoro, della sicurezza nel
lavoro, del rispetto che si deve alle culture.
Sono tutti problemi destinati ad ingrandirsi nella città futura.
Purtroppo, come è avvenuto negli anni '60 con il boom edilizio,
anche oggi le istituzioni e la politica professionale sembrano colti
di sorpresa perché sono venuti meno al loro compito di prevedere i
fenomeni sociali in tutta la loro vastità e complessità.
Le braccia dei migranti ci fanno comodo, ma quelle braccia non sono
solo muscoli, sono portatrici di diritti, posseggono una coscienza,
hanno un cuore, una storia, nutrono speranze di cui dovremo farci
carico.
CONCLUSIONE
72 - Questo documento vuole essere l'inizio di un dialogo con il
Sindaco, gli amministratori locali, le associazioni di base, gli
operatori culturali , gli educatori e chiunque abbia a cuore il
futuro della città.
Innanzi ai gravi problemi che affiorano, nessuno ha in tasca la
ricetta per risolverli, ma tutti abbiamo qualcosa da dire e da fare.
Il politico, in particolare, dovrebbe avere la virtù di liberare le
energie latenti, dormienti o ridotte al silenzio.
È la sua arte !
Occorre aprire nuovi canali culturali che incidano in profondità.
La schiettezza del linguaggio non ci impedisce di ricordare il
grande lavoro che si è svolto in questi anni per far uscire la città
dal provincialismo.
Ma ora è arrivato il tempo, ed è già tardi, di mirare in alto e in
profondità.
I ragazzi
della "Scuola 725": don Roberto Sardelli ed alcuni collaboratori
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