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Ambiente

L'Acqua è il vero bene comune

di Valerio Calzolaio* e Giovanni Bellini**

Nel programma dell’Unione l’acqua è l’unico bene citato come certamente comune, certamente unitario nella proprietà e nella gestione pubbliche e certamente non privatizzabile. In questi anni abbiamo ottenuto un risultato formale indiscutibile, sia per convinzione sia per concessione sia per mediazione. Tuttavia la questione resta aperta. A livello internazionale non prevale la stessa impostazione, né a livello ONU né a livello comunitario. A livello nazionale non mancano elementi contraddittori: non esiste coerenza legislativa, in finanziaria si improvvisano interventi, il codice ambientale non è stato ancora “aggiustato” ed è intanto partito l’iter della legge di iniziativa popolare; nelle regioni convivono piani e bilanci di segno diverso e con differenti obiettivi; l’esperienza della gestione dell’Acquedotto Pugliese rivela contraddizioni in seno al popolo della coalizione, della sinistra, della sinistra della sinistra; l’acqua manca qui e là, per poco o per tanto, per qualcuno dei tanti usi o per tutti. 
Il nostro movimento contribuisce alla piattaforma sottolineando tre aspetti politici: internazionale, culturale, programmatico.

1. Nel 2007 è stato reso noto il quarto rapporto IPPC.
Al gruppo intergovernativo di scienziati che ha realizzato i quattro Rapporti (in un lavoro ventennale) è stato appena assegnato il premio Nobel per la pace, rendendo evidente  la rilevanza dei suoi contenuti per la lotta alla guerra e alla povertà oltre che per la mitigazione e l’adattamento rispetto ai cambiamenti climatici.
La scarsità di acqua, in particolare in Africa, in particolare nell’Africa sub-sahariana, è un fenomeno drammatico e crescente. Tale fenomeno accentua la desertificazione già in atto, aggrava il dramma della sete e della fame, provoca migrazioni ambientali e accresce il numero dei profughi ambientali.
L’Assemblea Generale dell’ONU (UN GA) ha deciso di dedicare il terzo ciclo della CSD (sessioni del 2008 e del 2009) alle connesse tematiche dell’agricoltura, dello sviluppo rurale, del suolo, della siccità e della desertificazione, in particolare in Africa.
Si tratta allora di verificare concretamente l’ipotesi che l’UN GA del 2008, anche attraverso un documento della CSD, esamini l’insieme delle proposte emerse sull’accesso all’acqua tra il  2006 e il 2008 e definisca un preciso mandato negoziale (mandate) o almeno una richiesta (call) per a) la dichiarazione solenne dell’acqua come bene comune, b) l’approvazione di uno strumento di targets in sede UN entro i due anni successivi, costituendo anche uno specifico ah hoc working group, affinché sia (progressivamente, in tempi certi, a partire dal 2015) garantito  il diritto all’accesso all’acqua.
Occorre tener presente che entro il 2010 dovrebbe concludersi anche il (connesso) negoziato sui seguiti del protocollo di Kyoto e che è stato proposto un solenne appuntamento ONU per approvare nuove convenzioni o obiettivi legalmente vincolanti connessi alle tre convenzioni globali (UNCCD, UNCCC, UNCBD).
Il forum italiano si muove all’interno del “contratto mondiale sull’acqua”, quello buono. E le istituzioni italiane si stanno muovendo bene a livello internazionale. Sia il Governo che il Parlamento italiano hanno confermato l’iniziativa annunciata di una Conferenza internazionale sull’acqua a metà 2008. In vista della giornata mondiale di lotta alla desertificazione, il Parlamento ha approvato il 30 maggio 2007 due risoluzioni sull’acqua come bene comune e sull’accesso all’acqua come diritto umano in cui, fra l’altro, si impegna il Governo ad organizzare la Conferenza internazionale nel 2008. In questa prospettiva l’Italia è intervenuta sia alla COP 8 della UNCCD (Sentinelli, 12.9.2007) sia alla UN GA dell’ONU dedicata ai cambiamenti climatici (Prodi, 24.9.2007). La vice-ministro degli esteri Sentinelli ha proposto  “uno strumento aggiuntivo alla UNCCD, che individui obbiettivi ben definiti e giuridicamente vincolanti, finalizzati a combattere la siccità e ad assicurare accesso all’acqua per gli ecosistemi e gli esseri umani”.
Il presidente del consiglio Prodi ha dichiarato nel suo discorso in plenaria: “the Italian Government –as one of the largest donor sto the international institutions for water programmes and combating desertification- has asked for water to be internationally acknowledged  to be a common good, such the water access is declared to be inalienable human right.”
Sappiamo che è operativo anche un altro “contratto mondiale”, quello delle acque private, cattivo, diffuso, potente, efficace. Il suo punto di forza nel ventennio della globalizzazione (1989-2007) è finora stato che contribuisce ad affermare una cosa giusta (l’acqua è un bene prezioso) sulla base della quale impone una ideologia falsa e tendenziosa (la considera una merce) e fa o provoca cose sbagliate: deforestazioni, cementificazioni di sponde, grandi dighe, privatizzazioni, urbanizzazioni selvagge, nuove povertà. Può essere contrastato sul piano internazionale da un’iniziativa in sede Onu che smascheri gli interessi privati, i capitali privati, i profitti privati, i danni pubblici, l’inefficacia contro la sete, i rischi ambientali. E anche da iniziative nei singoli stati, in Italia ad esempio.

2. Emerge qui una domanda cui non dare una risposta secca e scontata: con quale dei due contratti è coerente la legislazione nazionale attualmente in vigore? Non convince la lettura che sia coerente solo con il secondo, neppure prevalentemente con il secondo. Piuttosto la “costituzione” formale e materiale in materia di acqua è oggi un corpus non organico e contraddittorio. La legge 183 del 1989 sulla “difesa del suolo” era una discreta legge, ottima sul piano dei principi, buona sul piano delle definizioni (rivendichiamo il famoso bacino “idrografico”…non capiamo perché anche a sinistra si accettano oggi termini come “ambito” o come bacino “idrico”, per di più “ottimale”…), carente sul piano della traducibilità (soprattutto per l’oscura selva pianificatoria), deficitaria sul piano finanziario (non servono più soldi ma soldi spesi non per certe cose, meglio e solo per altre). Poi nel 1994, in attuazione dell’articolo 35 della legge del 1989 che già prevedeva la riorganizzazione/fondazione del servizio idrico integrato (molti non lo sanno…) è stata approvato un compromesso, è stata definita un’ulteriore mediazione, non un’arma del neoliberismo e dei privatizzatori. Per certi versi la legge 36 del 1994 sulle “risorse idriche” era una scommessa sul pubblico! L’acqua “italiana” fu dichiarata pubblica e il suo “governo” doveva tener conto della conflittualità e della parziale inconciliabilità tra le funzioni collettive, tra usi collettivi pubblici e usi privati, tra usi e tutela; le priorità erano l’uso potabile, il risparmio e la fruizione tramite acquedotto. Nel 1993-94 si sottovalutarono alcuni processi: il contesto internazionale e l’enorme spinta neoliberista, il tentativo di far comportare il pubblico come il privato (le aziende pubbliche come quelle private), la finanziarizzazione dell’economia (e il peso delle banche per le “tariffe” e per le “remunerazioni”), la trasformazione dei gestori idrici in multiutility del mercato. Lo sappiamo. Tuttavia la legge né li rendeva automatici, né li favoriva. Piuttosto scontava un compromesso sulla necessità di “valorizzare” comunque l’acqua come risorsa. Darle valore non significava considerarla merce, ma evitare gli sprechi gratuiti, contrastare gli usi privatistici a prescindere dagli altri usi e dal degrado, superare la cattiva frammentata gestione coerente con la mancata “difesa del suolo” (passando da circa 9000 enti gestori ai circa 90 previsti finora con gli ATO). Non a caso il centrodestra ha dovuto subito inserire una norma (un altro articolo 35) che consentisse davvero la privatizzazione di fatto dei servizi idrici. E, comunque, finora non hanno avuto ancora successo (anche per la normativa comunitaria che di fatto consente la gestione diretta nell’ibrida forma chiamata “in house”) e una sola gestione (a Frosinone) è stata propriamente “privatizzata”. Occorre considerare che in questi 15 anni non sono state fatte coerenti politiche idriche, è spesso prevalsa un’idea di deregolamentazione (anche attraverso il mancato controllo e la non determinazione delle tariffe di riferimento), molte parti della legge non sono state attuate (per esempio il censimento dei pozzi e la definizione di reali bilanci idrici). E non sono state mai prese specifiche misure a supporto (di qualità e efficienza) delle aziende pubbliche (nemmeno nella finanziaria 2007 e nella manovra proposta per il 2008). Anzi, le stesse multiutility, quotate in borsa, sfuggono ormai al controllo e all’indirizzo dei comuni e rispondono prevalentemente agli indici di borsa.

3. Per far prevalere l’idea dell’acqua come bene comune e diritto umano, si tratta anche di costruire un nuovo “compromesso” normativo fondato sul principio “niente affari con l’acqua” (di cui i privati cominciano a prendere atto), di riconnettere in modo virtuoso risparmio e tariffa, di rompere il blocco sociale privati-multiutility-banche, ri riformare gli enti pubblici “potabili” (anche con un fondo nazionale che consenta investimenti pluridecennali a carico della fiscalità generale, da prevedere già nella finanziaria 2008 e nel DPEF 2009), di aggregare utilizzatori e consumatori “non potabili” interessati a servizi duali, alla difesa del suolo e all’agricoltura sostenibile.
La priorità per la manovra finanziaria 2008 è stata la conferma della moratoria sull’ affidamento in gestione. L’abbiamo ottenuta al Senato nel decreto legge che accompagna la manovra (ora all’esame della Camera). Durerà un altro anno, quindi la riforma organica deve entrare in vigore dunque prima del novembre 2008. Possiamo essere certi di farcela solo attraverso la riforma del codice ambientale (la brutta delega Matteoli-Marcegaglia, riformabile solo entro aprile 2008), attuando così tutto il programma dell’unione in materia di servizi idrici e correggendo l’approssimativa frettolosa trasformazione degli ATO contenuta nella finanziaria emendata dal Senato attraverso un vero potenziamento dei poteri delle regioni. Il programma dell’Unione costituisce la premessa di una possibile svolta e va visto in tutte le sue connessioni: beni comuni, PIL verde, riassetto idrogeologico, lotta all’inefficienza pubblica. Nella questione dell’acqua bisogna tener conto della necessità di mobilitare ingenti risorse economico-finanziarie e di prendere di petto la questione dell’agricoltura. Con questo bilancio dello stato è difficile prevedere a breve nuovi investimenti massicci in acquedotti senza perdite di rete, duali, partecipati, gestiti a scala di bacino idrografico. Bisogna “spostare” risorse (soprattutto da cattivi interventi infrastrutturali) e “mobilitare” risorse (soprattutto con disincentivi e riforme fiscali): non tutte le tariffe vanno ridotte e non per tutti, mentre occorre concretamente disincentivare l’acqua potabile minerale. Con questo bilancio delle acque (usi irrigui di circa 25 miliardi di metri cubi l’anno, privatizzati da decenni, a canoni irrisori) è indispensabile definire un Agenda XXI rurale, intendendo anche la terra come un bene comune e come un bene ambientale con funzioni sociali, contabilizzando l’acqua nei cicli produttivi integrali (non vale la vecchia idea che tanto l’acqua per l’agricoltura torna tutta nelle falde sia perché ce ne è meno, sia perché viene inquinata, sia perché alcune colture sono insostenibili), definendo piani globali contro la siccità e la desertificazione imperniati sul riassetto idrogeologico del territorio e del paesaggio sulla base delle conoscenze tradizionali, sperimentando lentamente una nuova e diversa strutturazione di società di diritto pubblico per le risorse idriche. La proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica può essere strumento decisivo. La sosteniamo apertamente. Vorremmo farla “vivere” anche attraverso la riforma del codice ambientale. Non sarebbe male convincersi che non tutto dipende da persone fisiche e norme scritte. I cambiamenti profondi arrivano attraverso percorsi non lineari, complessi, aperti. E qui c’è da cambiare il rapporto del diritto con la natura, delle persone con le acque, del potere con la democrazia. Non solo in Italia. Autogestirci l’acqua, meglio di come abbiamo fatto finora.

 

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